Il Podere San Marino ci ha cercati per vendere di più. Il vino c'era ed era buono: a mancare era il modo di farlo conoscere a chi l'avrebbe comprato.
Prima di disegnare qualsiasi cosa abbiamo passato del tempo con la proprietà, in vigna e in cantina. È lì che è emerso il punto: non serviva un'etichetta più bella, serviva capire chi avrebbe comprato questo vino. E i clienti possibili erano due, con bisogni opposti.
Turisti e appassionati stranieri che cercano la Toscana di cui hanno sentito parlare. Hanno gusto e capacità di spesa, e si accorgono subito se una cosa è costruita a tavolino. Vogliono un vino che a casa non trovano: prima della bottiglia, comprano una storia.
Famiglie e clienti della zona, che il valore delle cose lo conoscono già. Difficili da convincere con la facciata: guardano la vigna, chi la lavora, il nome sulla bottiglia. Comprano fiducia, non immagine.
Di Cabernet toscani ne fanno tanti. Il Podere ha un vantaggio che gli altri non possono copiare: l'uva, il posto e la famiglia che ci lavora.
Una linea sola, che parla a tutti e due i pubblici senza spaccarsi in due marchi diversi. Lo stesso messaggio viene letto in modo diverso: per chi viene da fuori suona esclusivo, per chi è del posto suona familiare.
Un posto che in pochi conoscono, per cui vale la pena fare strada. Per questo pubblico, dire poco e dirlo bene vale più di mille parole.
Una famiglia su questa terra da generazioni, in un paesaggio che le appartiene. Niente messinscene: la vigna, il lavoro e chi ci mette le mani ogni giorno.
Dalla direzione siamo passati al segno. Un marchio padronale e asciutto, un'etichetta che si fa capire al primo sguardo. Tutto coerente, dal biglietto da visita alla bottiglia.
Uno stemma essenziale, di quelli che sembrano esserci da sempre. Niente fronzoli: una forma pulita che resta leggibile piccola sull'etichetta e grande su un'insegna.
Sullo scaffale, l'etichetta è il primo contatto col cliente. Pulita, materica, con l'oro usato con misura. Su un ripiano pieno di bottiglie, si fa riconoscere al primo sguardo.
I contenuti non servono a fare like. Servono a portare una persona dallo schermo alla bottiglia. Ogni passaggio ha un compito preciso.
Video brevi di quello che succede in vigna in quel momento: la potatura, la luce del primo mattino, le mani che lavorano. Niente lezioni sul vino, si mostra e basta. È il contenuto che ferma il pollice mentre scorre.
Spiegare le scelte con parole semplici, senza tecnicismi inutili. Quando il cliente capisce perché quel vino costa quanto costa, il prezzo smette di essere l'unico metro di giudizio.
Visita e degustazione non sono un di più: è lì che chi assaggia decide se tornerà a comprare. Da quelle ore in cantina nascono i clienti che restano negli anni.
Chi visita o segue lascia un recapito. La vendita si chiude da lì — spedizioni, ordini, il vino per le feste — su un canale del Podere, senza dipendere dall'algoritmo dei social.
Marchio e social sono la base, ma non bastano. La visibilità vera cresce quando sono gli altri a parlare del Podere. Ecco i quattro canali su cui abbiamo lavorato.
Visite e degustazioni che diventano foto, video e recensioni. Chi viene racconta, e il passaparola di un cliente vale più di qualsiasi pubblicità.
Ristoranti, agriturismi e botteghe della zona che propongono il vino. Ognuno porta il suo pubblico, e il Podere arriva su tavoli nuovi senza spendere in pubblicità.
Una scheda curata su Google, sulle mappe e sulle piattaforme del vino. Quando qualcuno cerca un Cabernet in Toscana o una cantina da visitare, il Podere compare, con recensioni e foto vere.
Chi ha comprato o visitato lascia un recapito. Da lì arrivano le novità: nuove annate, eventi, il vino per le feste. Un pubblico già affezionato, che non dipende dai social.